Cosa succede quando un osservatore del proprio tempo, dopo aver smontato gli idoli del postmoderno, decide di andare a guardare ciò che la modernità ha deciso di non vedere?
Il secondo volume del ciclo "Chi credi di Essere" esce dalle stanze accademiche e attraversa territori che il logocentrismo dei nostri tempi ha bandito dalla conversazione adulta: le migliaia di casi clinici di esperienze di pre-morte raccolti da medici e pubblicati su riviste come The Lancet, da Pim van Lommel a Sam Parnia; la tradizione di pensiero che da Allan Kardec a Emanuel Swedenborg al Cerchio Firenze 77 ha prodotto, per due secoli, testimonianze concordi che la cultura ufficiale ha archiviato come superstizione; esperienze personali - incluse quelle dell'autore stesso - che la spiegazione neurobiologica fatica a contenere.
Non un trattato di scienze parapsicologiche, né una professione di fede. Un'inchiesta epistemologica condotta con onestà e senza pregiudizi, che pone una sola domanda al lettore: con che diritto la nostra cultura ha deciso che certi fenomeni non possono esistere, prima ancora di averli studiati seriamente?
Se la risposta - come l'autore prova a mostrare - non è scientifica ma culturale, allora c'è un intero territorio che merita di essere riaperto. Senza credulità, ma anche senza la paura che ha tenuto chiusa la porta per due secoli.
Un libro che non chiede di credere. Chiede di guardare.