Claustrophobia, the Cycle of Depression" è un reportage psicologico che indaga territori interiori in cui le parole non bastano. Questi scatti non seguono una narrazione lineare, ma piuttosto un ciclo continuo di vuoti, sovraesposizione, ossessione e isolamento.
Ho iniziato a fotografare per questo progetto a dodici anni, guidato da un'urgenza che non riuscivo a esprimere verbalmente. All'epoca non aveva una forma definita né una direzione precisa, nasceva da un impulso istintivo, dalla necessità di esprimere qualcosa che sentivo profondamente ma che non riuscivo né a comprendere né a tradurre in parole. La fotografia è diventata per me un linguaggio alternativo, uno strumento per dare forma visiva a ciò che il pensiero non riusciva a contenere. Un modo per raccontare un mondo interiore complesso, spesso contraddittorio, che sfugge alla logica e alla razionalità. Non sono semplici fotografie, ma documentazione visiva di un processo mentale, uno sguardo sull'intimità di un vissuto che non si può spiegare. Nel tempo, senza una direzione chiara, questo archivio si è evoluto in una narrazione irregolare, ma coerente nella sua instabilità. Ogni scatto è una stanza chiusa uno spazio in cui mi sono rifugiato, ma anche una prigione che ho costruito per affrontare me stesso. In alcuni momenti ho cercato di capire, in altri solo di verificare se ero ancora presente. Ogni immagine è un confronto con i limiti: quelli del corpo, della percezione, del pensiero. Alcune sono frutto di lucidità, altre di confusione, ma tutte testimoniano il persistente dialogo interiore che non smette di esistere, anche quando è doloroso.
Claustrophobia non offre risposte, ma espone senza filtri ciò che è stato sentito, non ciò che è accaduto. È un racconto visivo di tensione: tra l'io e il mondo, tra l'identità e lo spazio che la costringe. Ogni fotografia è un tentativo di resistere, ma anche di attraversare, di sopravvivere alla propria distruzione.
Questo progetto non ha un finale. Resta aperto