La sensazione che quel cliente portasse rogna, Butch Moroni l'aveva provata fin dal primo momento in cui gli aveva parlato. Primario di malattie infettive dell'ospedale di Rovereto, quell'ometto dalla faccia da sorcio lo aveva incaricato di convincere tal Goffredo Nardelli, filosofo new age e fondatore di un'associazione culturale impegnata nella lotta contro la malasanità, a piantarla di perseguitarlo con quella turpe campagna denigratoria che da anni sta portando avanti. Ma quando Nardelli viene assassinato, Butch scopre che il primario non gli ha raccontato esattamente come stanno le cose. Da lì in poi tutto si complica, altri cadaveri si aggiungono al primo e il sospetto che Butch possa presto aggiungere il suo nome alla lista dei defunti inizia a comparirgli nella mente con molesta e impietosa tenacia. Finalista al Premio Scerbanenco 2002 (obiettivo poi centrato in pieno da Narciso pochi anni dopo con il suo "Incontro a Daunanda") Sankhara introduce il personaggio di Bruno Moroni, Butch per gli amici, un Private Eye italiano modellato sui classici archetipi hard boiled di Philip Marlowe o Lew Archer o, soprattutto, del Continental Op del Blood Harvest di Hammett, in un sottile gioco di citazioni. Lupo solitario, un po' malinconico e piuttosto disincantato, Moroni è l'uomo giusto per la storia giusta. Tra scenari di una provincia più turpe di quanto la sua benevole facciata voglia far credere, intrighi politici e professionisti implicati in traffici illeciti, l'intrigo si dipana agilmente, facendo presa sul lettore con un processo di identificazione legato alla consapevolezza che la finzione non sia poi così lontana dalla realtà.